Taoismo: tra storia e leggenda

 

La prima notizia interessante ci viene data, infatti, da una antichissima leggenda, secondo la quale un re avrebbe dato ordine ad alcuni artisti di eseguire la rappresentazione della cosiddetta Grande Danza – pare che servisse come metodo curativo di certe malattie, in cui particolari movimenti, ripetuti secondo regole determinate, erano in grado di tonificare il corpo e presentarlo armonioso e giovanile.

Forse grazie alla Grande Danza si ebbe la nascita e lo sviluppo della maggior parte delle arti marziali, le quali, per l’appunto, sarebbero sorte sulla base di quei primi esercizi fisici, successivamente definiti eugenici.

Valutando l’ipotesi che il dato semi-leggendario abbia avuto un riscontro reale, dobbiamo pur riconoscere che, anche a volerlo confutare, sarà difficile trovare ed addurre motivi abbastanza convincenti.

Perciò, chi vorrà accogliere il dato proposto, dovrà pure attenersi che l’avvenimento riferito, quello della Grande Danza, risalga al 4500 a.C. circa.

Secondo la corrente più affermata, ormai divenuta pura convinzione, le arti marziali risalirebbero a molto tempo dopo, addirittura al V-VI d.C. In tale periodo, infatti, è documentata la venuta dall’India in Cina di un monaco indiano di nome Bodhidharma. Questi era il XXVIII patriarca, che fondò la scuola di meditazione Ch’an, in Giappone detta Zen. In realtà risulta effettivamente che egli si stabilì nel celeberrimo monastero Sieu-Lam o Shaolin (Shorin-ji, per i giapponesi), nelle vicinanze di un centro abitato, conosciuto come Sun-Shan; qui Bodhidharma avrebbe dato inizio ad un durissimo, insegnamento marziale, al quale la tradizione tributa ancor oggi onore e riconoscenza, per l’eredità non indifferente, lasciata a tutto il mondo.

Fino all’avvento della dinastia Ch’ing (1644-1912 d.C.), nessun discepolo della corrente Ch’an o Zen ebbe mai a divulgare le teorie e le tecniche apprese con tanto orgoglio e sacrificio nei duri di allenamento.

Le cose cominciarono a mutare sensibilmente sotto la nuova influenza politico-militare dei Manciù, nome con cui si designa la dinastia fondata dai Ch’ing, nel senso che ora illustriamo: prima del suddetto avvento, la popolazione cinese viveva abbastanza tranquillamente, con la rilassatezza propria della maniera orientale; i nuovi ospiti, invece, arrivarono da conquistatori, sovvertendo l’ordine prestabilito e creando ovunque malanimi.

A questo stato di fatto cominciarono ad opporsi le varie scuole di arti marziali (concepite come veri e propri nuclei sociali indipendenti e, sotto alcuni aspetti, molto potenti), dando vita ad una segreta preparazione di una rivolta in grande stile.

Tra queste scuole, la più famosa era sita nella provincia di Hunan, sul monte Su, nel monastero Sieu-Lam o Shaolin, lo stesso a cui aveva dato inizio Bodhidharma secoli e secoli prima.

I migliori maestri, che insegnavano nel suddetto monastero, erano stati formati ed addestrati quali ufficiali dell’esercito della dinastia Ming, quella che fu soppiantata dai Mancia o Ch’ing e da essi perseguitata.

Per sfuggire al peggio, tutti gli esperti militari ricorsero all’ingegno, di cui certo non mancavano, adottando il tipico abbigliamento degli odierni monaci buddisti, rasandosi completamente la capigliatura e spacciandosi per preti: in realtà lo erano solo a parole!

I loro propositi non erano certo benevoli! Per cattiva sorte, i Manciù  vennero a sapere di quello che si ordiva alle loro spalle, attraverso una spia, introdotta a Sieu-Lam e, consci dell’effettivo pericolo incombente, inviarono truppe, per punire severamente il focolaio dell’imminente rivoluzione.

Fortunatamente pochi furono coloro che perirono nella difesa del monastero, perché la maggioranza trovò un miracoloso rifugio nel sud della Cina; qui venne fondato, nella provincia di Fukien, il secondo tempio buddista, i cui membri ripresero orgogliosamente e virilmente a preparare un  nuovo piano strategico, per la riconquista della situazione.

Per non incorrere negli errori e nei pericoli del passato, i veterani concepirono un rigidissimo sistema di reclutamento, che prevedeva prove di estrema difficoltà, protratte nell’arco di diversi anni: chi avrebbe dato tutto se stesso, avrebbe anche garantito la sua indissolubile fedeltà alla giusta causa.

Se le prove non venivano superate, i discepoli restavano “ reclusi” nel monastero, fin quando non miglioravano ed erano in condizione di passare gli stessi esami: tutto questo a prescindere dal tempo che sarebbe occorso.

Le prove da superare erano tre:

  1. Teoria e storia dell’arte del combattimento;
  2. Gara di competizione contro altri discepoli;
  3. Passare attraverso il corridoio segreto del monastero, ove erano piazzate centotto figure di legno, servocomandate in maniera tale da portare continui attacchi d’ogni sorta dallo scagliare “semplici” pugni, all’eiettare lance e coltelli o anche colpire con bastoni.
Il marchingegno era molto sofisticato e, in fin dei conti, rifletteva lo spirito di chi lo aveva ideato: una mente scaltra acuta ricca di nuove risorse e capace di adattarsi a qualunque situazione si fosse presentata dinanzi all’improvviso: il meccanismo dei centotto manichini veniva azionato dagli stessi esaminandi, i quali, senza saperlo o immaginarlo, mettevano in moto il tutto, semplicemente camminando lungo il corridoio, facendo pressione sul pavimento in legno, al di sotto del quale erano collegati i molteplici comandi. Addirittura potevano essere azionati da uno a tre figure contemporaneamente.


Se al termine il discepolo arrivava indenne, doveva sollevare e rimuovere un braciere ardente, del peso di circa duecento chili, situato dinanzi alle porte posteriori del monastero, quale ultimo ostacolo e impedimento alla libertà definitiva.

E con questa ultima prova, già accennata in precedenza, gli avambracci dell’allievo venivano per sempre segnati a fuoco dalle effigi, del drago e della tigre, simboli della potenza e dell’esplosività, intesa come duplice qualità mentale e fisica, nonché come diplomi d’esame di Sieu-Lam della Cina del sud.

L’ingegno e la dedizione, dimostrati con questa serie di difficilissime prove, era pure l’eredità che si tramandava segretamente dai tempi del capo scuola Bodhidharma (V – VI sec. d.C.), considerato però con faciloneria il padre della disciplina marziale. Secondo noi è invece opportuno risalire a tempi ancora più remoti, per capire a pieno tanti aspetti del sistema di combattimento, considerandolo nel suo complesso più integro possibile e soprattutto in modo tale da colmare l’enorme lasso temporale, cui decide di sottrarre la tradizione. Cominciamo con l’affermare, perciò che Bodhidharma è da ricordarsi in primis, per aver portato ed allargato la conoscenza di tecniche meditative e respiratorie, per la cura delle malattie fisiche e psichiche che insorgevano nei corpi duramente provati dalle aspre condizioni di vita.

A involontaria conferma di quanto sopra, ci riferiamo a famosi documenti, compilati dalla stessa mano del XXVIII patriarca! Nell’attività educativa, incentrata su respirazione, meditazione e pratica marziale, il monaco indiano lasciò intorno alla sua persona enorme rispetto e venerazione e la storia stessa riconosce in lui una fondamentale pietra miliare.

Ma nel confutare il dato convenzionale, che gli attribuisce la paternità delle arti marziali, possiamo rifarci ancora a fonti documentate di origine cinese: risulta , infatti, che già a partire dal XVII secolo a.C. si iniziò a realizzare il primo programma di insegnamento, basato sulla cultura fisica a scopo terapeutico, fondamentalmente ispirato alla stilizzazione artistica dei movimenti degli animali. Si da anche per scontato che suddetti esercizi costituissero l’autentico nucleo, da cui a breve scadenza si evolsero le pratiche marziali .

Ora, se Bodhidharma  - come la trazione vuole – fondò a Sung-Shan il primo rudimentale e spietato stile di Kung-Fu, conosciuto come “Shaolin” (dal mandarino Sieu-Lam), e sapendo noi che il primo come l’ultimo stile di tale scuola è basato tantissimo sull’ ispirazione che gli animali, coi loro movimenti, diedero ad attenti osservatori, come collocheremo dunque, in un rapporto di successione storica, la cultura marziale cinese del XVIII secolo a.C. con quella V-VI secolo d.C., che tanto le assomiglia?

Certamente quest’ultima dovrà essere non solo posteriore, come è logico dedurre ma anche strettamente dipendente e mai autonoma da quello specifico, antichissimo insegnamento, che ne permise l’affermazione ed il successo.

In conclusione, ammettiamo con le dovute cautele il dato convenzionale o, almeno, lo interpretiamo in maniera intelligente: Bodhidharma procedette ed un’armonica fusione tra gli esercizi eugenici cinesi di 2300 anni prima ed i sistemi indiani di meditazione, respirazione e concentrazione; così, infatti diete vita ad un nuovo genere di cultura fisica e spirituale, che, evolvendosi in diverse direzioni, portò alla codificazione delle arti marziali, come oggi le intendiamo e conosciamo.

Diciamo, pertanto, che prima del riferito sistema marziale, approntato dal monaco “straniero”, l’arte del combattimento era diversamente caratterizzata, ma in ogni caso esisteva già da molto tempo. Non a caso, dalle ricerche e dagli studi effettuati, il luogo per eccellenza, dove l’arte marziale precorse i tempi di Bodhidharma, coincide quasi esattamente con quello, da lui scelto quale dimora. Perciò non è da escludere che egli stesso fosse a conoscenza di tale combinazione.

In quel periodo era vivissima in Cina la tradizionale cultura eugenia, di cui abbiamo parlato, che risaliva già ad ottocento anni addietro; ma di questo non ci si deve meravigliare, se si pensa che al giorno d’oggi sono state tramandate le forme dell’antichissimo Taiji cinese.

A quei tempi tutto il bagaglio culturale dei vetusti padri era pervenuto ai posteri pressoché intatto, ad eccezione di alcune sporadiche modifiche, dovute agli stilismi e al perfezionamento di alcuni eccelsi maestri. Come stiamo dunque per dimostrare fu Bodhidharma a prendere in prestito dalla tradizione quelle conoscenze che,  sapientemente elaborate, lo resero poi famoso in tutto il mondo dell’arte marziale.

E allo stesso modo da lui presero spunto molti altri cultori, per la successiva creazione e specializzazione di altri stili, dei quali buona parte è giunta fino ai giorni nostri.


Bisogna aggiungere, per non cadere nelle solite convinzioni, che ne momento in cui in Cina presero vita gli esercizi eugenici, contemporaneamente in altre parti dell’Asia, quali l’India e Siam fra le principali sorsero tipi consimili.

A questo punto possiamo intraprendere il nostro viaggio alla ricerca di quella misteriosa tradizione, da cui attinse molto il monaco indiano Bodhidharma.